RAF SIMONS IS BACK!

 

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Nel 2012, Mariagrazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, per Valentino, disegnavano delle moderne regine di stile, vestite di arazzi e linee puritane, di pelle nera e lana rossa, di pesante velluto e leggerissima seta. Sempre nel 2012, Miuccia Prada celebrava “the pleasure of fashion” con la sua donna borghese dallo spirito orientale, immersa nelle stampe da tappezzeria dei completi, a metà strada tra l’uomo e la geisha. Ancora, nel 2012, Gucci era alle prese con il fascino glamour e decadente della soldatina romantica di Frida Giannini. Da Lanvin, Alber Elbaz esplorava l’arte aulica del dress-up, scolpendo i corpi delle sue modelle di colori pop e top peplum, di tagli sartoriali e dolcezza; Christian Dior fronteggiava la crisi dell’era post-Galliano con una collezione dai più definita sanza infamia e sanza lode; Karl Lagerfeld impiantava nel Grand Palais dei giganteschi, solidi, frammenti di cristalli che accompagnavano le modelle vestite di completi di tweed tre pezzi; per Alexander McQueen, Sarah Burton provocava esplosioni di piume di struzzo e pellicce di lusso sulle sue donne che rappresentavano uno studiato incrocio tra stilosissime statuine da museo e colorate regine delle nevi. In quello stesso anno, Raf Simons proponeva la sua ultima sfilata per Jil Sander: una collezione elegante, minimale, severa; silhouette pulite e tagli chirurgici; linee dritte come lame affilate; blu e nero e rosso fiamma, sporcati da lievi tocchi di tenero rosa. Uno dei momenti più alti della storia della moda contemporanea: applausi per Raf e lacrime di Simons che segnavano la fine del suo impiego da Jil Sander.

Trascorrono i mesi, arriva luglio, le sfilate d’Haute Couture. Parigi è in preda all’isteria dovuta a quel debutto illustre alla Direzione Creativa della Maison di Avenue Montaigne: Raf Simons per Christian Dior. La prima sfilata. La prima apparizione in passerella che coincide con una collezione d’Alta Moda. Per i critici era un azzardo – debuttare al timone di una Maison blasonata, con la quinta declinazione della moda, la Couture! Per molti sarebbe stato un suicidio, una breve parentesi verso una nuova occupazione. Per il talentuoso Raf Simons, invece, è stato un successo. Un milione di fiori sbocciavano sulle pareti delle tre sale dell’hotel parigino, chiaro omaggio a Monsieur Dior e la sua più celebre passione. Dalle mura di orchidee emergevano le donne, slanciate, vestite di tuxedo neri: la Bar jacket abbinata ai pantaloni a sigaretta. Minimali, eleganti. Disadorni. Immacolati pezzi di stoffa nera, sagomati in una proporzionata clessidra che vestiva il corpo. Il New Look di Monsieur Dior nella moderna visione di Raf Simons. Il minimalismo di Simons e gli abbellimenti floreali di Christian. Fu un trionfo: applausi per Raf e lacrime di Simons, documentate da quel docu-film “Dior and I” che racconta le sette settimane che hanno tradotto la Maison in crisi ad un nuovo, folgorante, inizio.

Poi alti e bassi, settings strabilianti e collezioni deludenti, ready-to-wear ed haute couture si succedono ad intervalli intermittenti di “urlati” wow! e “silenziosi” ops! Fino al divorzio, definitivo. Improvviso. Senza applausi plateali e lacrime pubbliche. L’addio di Raf, a Dior, a quattro anni dal trionfale debutto.

È il 2017, il duo Chiuri-Piccioli si è separato: Maria Grazia mette a servizio di Dior la sua moda pratica e sofisticata, mentre Pierpaolo veste le sue dee moderne di rosa romantico e punk, per Valentino. Miuccia Prada continua a rinnovare, costantemente, il peculiare dualismo che caratterizza le sue donne, tra blazer di corduroy da uomo e fasce di piume come bordi di gonne in mohair. Gucci ha sperimentato il fenomeno Alessandro Michele che, da più di due anni, sta rivoluzionando l’estetica di moda col suo gusto dell’assemblaggio ordinatamente scoordinato. Alber Elbaz si è ritirato dalle scene, lasciando orfana ed in crisi la Maison che fu di Jeanne Lanvin; Karl Lagerfeld continua ad allestire a festa il Grand Palais ad intervalli regolari di quattro mesi; Sarah Burton ha sostituito le regine delle nevi con più umane duchesse della campagna inglese.

E Raf Simons guida, amabilamente, l’imponente transatlantico di Calvin Klein. Una prima collezione, lo scorso febbraio, che ha segnato il ritorno sulle passerelle di quel genio belga che è Raf. Minimalismo contemporaneo, plastico, futuristico, di una moderna eroina metropolitana che ingloba sapientemente materiali utilitari in abiti chic: il trench raffinato foderato di PVC trasparente, il mini dress bianco e basico abbellito di vezzosi piumaggi. Un ritorno che faceva sperare in un nuovo trionfo – un po’ come fu all’epoca di Raf da Jil Sander e Simons da Dior. Un ritorno che non ha tradito le aspettative, si è consolidato, ha aperto nuovi scenari per la nave americana di Calvin Klein: una campagna pubblicitaria strabiliante per l’autunno/inverno 2017; la nuova linea “Calvin Klein by appointment”; Nicole Kidman, a Cannes, che ha rapito i cuori di tutti con il suo tutù immacolato e nero disegnato da Raf. Un nuovo inizio che, giovedì notte (fuso orario italiano), ha segnato una nuova vittoria nel libro delle partite vinte di Raf. Per CK, il brand americano – bandiera americana – che ha trovato nel designer di Anversa il suo perfetto burattinaio estetico.

Karlie Kloss, Lupita Nyong’o, Kate Bosworth sedute in prima fila insieme ad Anna Wintour, Grace Coddington, Tonne Goodman, Vanessa Friedman, Katie Grand, Suzy Menkes, Giovanna Battaglia ed un buon numero di celebrieties e fashion editors di rilevanza mondiale. Gli Anni Cinquanta ed i film horror, Andy Warhol e Sterling Ruby. L’America e le sue contraddizioni. Un viaggio on-the-road alla scoperta del variegato multiculturalismo d’oltreoceano. Sogno e incubo, odio e amore. La società che si riflette sugli abiti: le mise da donne-cowboy texane e le ragazze dell’Uptown di Manhattan. Le serigrafie delle opere di Warhol stampate sulle t-shirt basiche fanno da fil rouge ad una narrazione che esplora i contrasti attraverso una successione mai scontata di stili e tessuti e trame e colori. Il rosa che aveva contraddistinto l’ultima collezione di Raf per Jil, diventa più scuro, fuxia, nelle tasche a contrasto applicate sulle camicie da uomo di raso blu. Il tubino bianco si adorna di foulards pastello che si trasformano in blankets di lana logati quando accompagnano un cappotto a quadretti. I caban si vestono di pelle dura, invecchiata, slavata, che modella silhouette inflessibili. Il denim, recuperato dal guardaroba maschile, è macchiato di spruzzi di vernice fiamma che disegna immagini astratte. Gli abiti si vestono di morbido e tecnico nylon, le coulisse bianche diventano cinture che strizzano le vite, le gonne si aprono in ruote abbondanti e vaporose. Rosso, nero, zafferano, blu Klein, melanzana, arancione, bianco. Gli accessori sono lucidi, vividi, sgargianti: guanti laccati rosa e ankle boots stringati viola, borsette di frange lurex e sacche da viaggio color neve, stivaletti country e stiletti improbabilmente alti. Manhattan e Dallas. Il pop e gli anni cinquanta. Marylin e le macchine. Horror e fiaba. Sinonimi e contrari.

Raf Simons è tornato! Per Calvin Klein.

Applausi!

I DON’T WANT TO SHOW CLOTHES, I WANT TO SHOW MY ATTITUDE, MY PAST, PRESENT AND FUTURE. I USE MEMORIES AND FUTURE VISIONS AND TRY TO PLACE THEM IN TODAYS WORLD.
Raf Simons

Foto: Willy Vanderperre per Calvin Klein

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