LO STRANO CASO DI CR FASHION BOOK

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Premessa: le riviste di Moda le comprerei tutte, senza distinzione alcuna. Qualsiasi edizione nazionale ed internazionale di Vogue, Elle, Marie Claire, Harper’s Bazaar, W Magazine, Dazed & Confused, iD, L’Officiel, e altre centinaia di titoli patinati. Li vorrei tutti. Mi piace leggerle, fissarle, sfogliarle, ammirarle, toccarle, annusarle, collezionarle. Fosse per me riuscirei a cibarmi delle sole immagini di Vogue, un po’ come Carrie Bradshaw quando arriva a New York. Le riviste di Moda sono quasi una droga – la mia droga. Di quelle che non causano danni al corpo ma i soli effetti negativi li producono per il portafogli e lo spazio in casa che diventa sempre meno, e mi trovo costretta ad architettare soluzioni nuove per conservare le mie Bibbie. Perché questo sono per me: i Testi Sacri del fashion world, il Vangelo delle tendenze, l’oracolo da cui ricavare le risposte ad ogni domanda su stilisti e stili e colori e materiali e tessuti. 

La scorsa settimana ho preso Lampoon, la nuova sfida editoriale dell’ex direttore de L’Officiel Italia, Carlo Mazzoni, che unisce snob&pop, nobiltà e plebe, i due poli estremi che si respingono ma si attraggono. Tagliente e sottile, concreto e astratto, glam e rock. Un po’ come piace me. Adoro comprare le nuove pubblicazioni e scoprire come nascono per poi osservarne l’evoluzione. Compro il primo numero, se mi attrae anche il secondo e forse il terzo. Poi o mi conquista totalmente o cerco storie nuove da leggere e amare. Sono strana, lo so. Me lo dicono in tanti. Dai miei (pochi) viaggi non porto mai a casa dei souvenirs, ma giornali. Di Moda. Mi piace pensare di poter legare il ricordo della Tour Eiffel ad un numero di Vogue Paris o quello della Spagna ad Harper’s Bazaar. Non ho bisogno di calamite da attaccare allo sportello del freezer o cartoline da dimenticare in qualche cassetto. Mi bastano loro, i giornali. 

A volte, poi, ho strane idee e se mi fisso su una cosa è difficile distogliere la mente da quel pensiero. Almeno fin quando lo realizzo e posso concentrarmi su nuovi obiettivi. Spesso ho l’irrefrenabile voglia di voler sostenere tra le mani il peso di un magazine straniero. Inizio a cercarlo a Roma, quando sono in pausa dall’università, perché qui al paesello non c’è alcuna speranza di trovare una testata internazionale. Così, ieri, ho deciso che dovevo avere CR Fashion Book, issue 6, il semestrale di Carine Roitfeld. 

Cerco su internet, voglio acquistarlo. Il sito ufficiale dovrebbe essere il posto giusto. Si, è questo. Eccolo! Costa 20 dollari, circa 18 euro, un prezzo alto ma non eccessivo. Ok, add to cart. Non resta che pagare. Sembrava semplice, il classico meccanismo dello shopping online: vedi, scegli, aggiungi al carrello, paghi. E invece no, non era così immediato come avevo immaginato. C’erano le spese di spedizione da calcolare. Quaranta dollari – quaranta – il doppio del prezzo del giornale! Dire che gli occhi mi sono usciti dalle orbite non rende l’idea. Quaranta dollari più i venti di CR Fashion Book, fanno cinquantacinque euro! Quanto il vestito bianco a fiori di Zara che mi serve assolutamente. Cavolo Carine, sarà anche un bel giornale, ma quanto mi costi! Ok Stefania, internet non è la soluzione giusta. In rubrica ho i numeri di telefono di alcune delle migliori (si fa per dire) edicole della zona, proverò con loro. Niente. Non sanno nemmeno cosa sia, non c’era da meravigliarsi. Colette! CR Fashion Book è in vendita da Colette, a Parigi. Forse spedire da li costa meno. Proviamo. Si, c’è. Ajouter au sac. Trentasei euro in totale ma la spedizione l’ha calcolata per la Francia. Non ci siamo, di nuovo. Però sono a Roma, potrei fare un giro in centro. Ho poco tempo: mezz’ora per arrivare, altri trenta minuti per tornare alla fermata dell’autobus in tempo utile per rientrare a casa. Un giro veloce senza passare da Palazzo Bocconi e  sarò di ritorno. Posso farcela. 

Scendo dalla metro, cammino per cinquecento metri a passo molto spedito. Mi avvicino all’edicola, nell’espositore non lo vedo. Provo a chiedere. “Buonasera! Posso chiedere a lei?” “Prego!” “Avete CR Fashion Book? È un semestrale di moda” “Come ha detto che si chiama?” “CR Fashion Book” “Non l’ho mai sentito” (non avevo dubbi, penso tra me e me) “Ma CR sta per Cristiano Ronaldo?”

Cosaaaaaaaaaaaaaa? Non l’ha detto davvero? Carine Roitfeld, l’icona di Moda più glamour della Francia scambiata per il più popolare degli uomini che prendono a calci un pallone? Una risposta del genere me la sarei aspettata da un edicolante del mio paesello, non a Roma. Non nel centro della capitale, in una delle edicole più importanti del circondario. 

Avrei voluto iniziare la mia prosopopea su Carine Roitfeld snocciolando dati e date sulla sua esperienza – e successiva cacciata – a Vogue Paris. Avrei potuto emulare Miranda Priestly che annienta la giovane ed inesperta Andy Sachs con la cronistoria del ceruleo che dalle gonne di Oscar de la Renta passa per le giacche militari di Yves Saint Laurent per arrivare dopo alcuni anni nel cesto delle occasioni di un angolo casual dei grandi magazzini. Se fosse stato uno qualsiasi dei componenti della mia famiglia lo avrei fatto. Ma mi sono trattenuta, come un corsetto di un abito couture che una volta allacciato ti blocca il respiro. E ti toglie il fiato. E ti lascia senza parole.

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“Fantasy Campaigns”, imaginary advertising by Carine Roitfeld, Spring/Summer 2015 – L’immagine riassume al meglio la vicenda. La didascalia anche.

Carine, ma perché invece di dirigere per dieci anni Vogue Paris e aver creato scandalo con quell’editoriale che tutti ricordano e aver diffuso il glamour in questo triste mondo, non te ne sei stata nel tuo appartamento parigino a mangiare croissants e bere champagne vestita Riccardo Tisci per Givenchy? 

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