L’HAUTE COUTURE IN DIFFERITA – PARTE 1

image A Parigi sfila l’haute couture ed io sono persa tra una lezione di diritto processuale e una sveglia puntata alle 5:40 e riavviata tre volte. Ma nonostante gli impegni, non posso rinunciare al titolo che mi sono auto assegnata di reginetta del live streaming. E siccome diretta ed alta moda non vanno di pari passo e l’unico streaming che sia realmente live è quello che va in scena su Instagram, non mi resta che guardare le sfilate in differita. E ammirarle e trarne le conclusioni ed individuare le ispirazioni. Anche se i primi commenti riuscirò a scriverli alle ventidue o poco più, quando il primo show della giornata sarà solo un vago ricordo per molti. Forse per tutti.

L’alta moda parigina si è aperta con i conturbanti abiti di Atelier Versace. Quattro soli colori – bianco, nero, rosso e blu – scolpiscono i corpi, disegnano sagome sinuose che svettano dai tessuti setosi dei tailleurs monocromatici in total black e all white e dalla gonna midi voluminosa tagliata in due dallo spacco vertiginoso. Nessun abbellimento, nessuna decorazione nei primi outfits quasi a voler sottolineare che la donna non ha bisogno di fronzoli per stupire e l’unico accessorio necessario è il proprio corpo, esaltato dalle linee fluide à la Versace. Ma la moda ha lo strabiliante dono di confondere le idee e rimescolare le carte e nel bel mezzo della sfilata la musica cambia e gli abiti si arricchiscono di perline raggruppate in emoji che si alternano al reticolato nero che veste – e sveste – le giunoniche modelle. Se c’è una parola, un unico vocabolo che può racchiudere il mondo di Donatella Versace è sensualità espressa all’ennesima potenza in questa collezione in cui sedurre diventa un gioco alla portata di chiunque, anche della più impacciata ragazza alle prime prove da donna. L’importante è indossare Versace che trasforma la più innocua delle jumpsuit in un’arma dalle potenti facoltà “provocatorie”.image image image image

Lo scorso novembre Marco Zanini ha lasciato la direzione artistica di Schiaparelli, maison francese riportata in auge da Diego della Valle poco più di un anno fa, dopo oltre sessanta di riposo. Zanini aveva un compito: quello di rendere omaggio alla storica rivale di Coco Chanel, Elsa Schiaparelli, una donna eccentrica, sopra le righe tanto quanto Mademoiselle Coco e forse più. Elsa era esagerata e Zanini aveva saputo esaltare queste sue qualità. Ma queto accadeva fino alla fine dello scorso anno quando lo stilista italiano ha annunciato l’addio alla maison, lasciando dietro di sé un vuoto artistico. A volte, però, è proprio dal nulla che si generano grandi cose e così, nonostante la mancanza di un vero e proprio leader creativo, il team di designers di Schiaparelli ha presentato una collezione notevole. Tanto moderna quanto fedele ai diktat di Madame Elsa. Originale nelle forme, eclettica nei volumi e classica nelle stampe a cuore dell’abito azzurro e nei lunghi abiti scivolati da sera che fanno da perfetto contraltare ai completi pantalone in bianco candido, minimali e rigorosi. Grande attenzione agli headpieces, uno dei punti forti della collezione: ogni modella ha un proprio hairstyle ed ogni look è completato dal perfetto cappello che sottolinea l’originalità senza fine della casa di moda del rosa shocking. È vero, manca un direttore artistico, ma il team non ha deluso. Almeno in questa occasione!image image image

Lo ammetto. Il mio rapporto con il direttore creativo di Dior è alquanto ambiguo e contrastato. Una sorta di odi et amo che annovera tanti momenti di odi e molto pochi di amo. Perché Raf è un futurista, uno di quelli che viaggia nello spazio intergalattico, in un luogo lontano dall’immaginario comune in cui leggere tra le righe non è una missione da compiere speditamente. Raf parla un linguaggio alieno che tenta di reinventare canoni stilistici da tradurre in abiti moderni senza dimenticare il fascino retro che ha fatto la fortuna di Dior. E questa volta Raf mi ha sorpresa. Piacevolmente! Mi ha sconvolto l’idea di immaginarmi in giro per la città con quello spolverino in PVC ricamato sull’abito corto incrostato e maxi cuissardes in vinile ai piedi. Mi ha destabilizzato l’idea di poter vedere insieme, in una sola collezione, tre decadi che in comune hanno ben poco: gli anni Cinquanta e il romanticismo delle gonne larger-than-life; i Sessanta e lo sbirluccichio alla Paco Rabanne delle all-over a righe e dei mini dress troppo mini; le stampe caleidoscopiche che si annodano sulle tutine da cat-woman dei Settanta. Così tanti motivi, forse fin troppi per poter delineare un fil rouge lineare nelle varie uscite. Una totale confusione che si riverbera nel setting articolato in impalcature argentee su tappeto rosa. Una commistione di stili che denota l’attitudine di Raf a fare sempre più di quanto dovrebbe. Eppure l’abito sorbetto bianco mi ha provocato quell’emozione che mancava dalla prima collezione couture di Simons. E quelle plissettature finali della gonna, troppo esagerata per non poter essere apprezzata e desiderata senza obiezione alcuna, e le righe orizzontali sgargianti su fondo bianco che si intersecano con le pieghette verticali, mi hanno fatto persino dimenticare i passi falsi di Raf nelle collezioni passate. Per me quella gonna ha salvato la collezione.

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