BIANCO, NERO E ROSE ROSSE

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Se c’è una cosa che ho capito dei matrimoni è che non si finisce mai di imparare dai matrimoni. E alcuni non smettono nemmeno di stupire.

Prendi un giovedì mattina di un undici settembre che potrebbe essere ricordato solo per quell’orribile, drammatico evento di tredici anni fa. La sveglia suona alle sei e trenta per sperare che il parrucchiere riesca a fare un miracolo con i capelli che alle prime gocce di pioggia vendono l’anima al diavolo crespo. E ieri il tasso di umidità era fissato al 94% che avevo perso ogni speranza di arrivare al taglio della torta con la criniera quanto meno presentabile. Una cerimonia a più di un’ora di distanza da casa ed un sole timido, che man mano che le coccarde bianche delle auto venivano accompagnate dal vento verso il mare, si faceva più cupo, grigio, fino a coprirsi completamente di nuvole scure. Una Cattedrale diroccata nel centro storico di un paesino tra stradine in salita e vicoletti coi sampietrini. E un nubifragio ad attendere gli invitati all’arrivo al paesino. Come se esistesse un qualche disegno divino che aveva preannunciato quel temporale impietoso in quella cittadina dove, dicono, non piove mai: nemmeno in inverno quando nel resto del centro Italia la neve imbianca mari e monti. Eppure ieri doveva andare così! Fiumi di acqua dovevano scendere dalla Cattedrale verso il litorale mentre i tacchettini restavano incastrati tra le pietre della pavimentazione e le braccia di quei baldi uomini che hanno fatto più e più viaggi per evitare che qualche invitata rovinasse al suolo, umido e scivoloso. E le Stuart Weitzman che hanno debuttato alle nove del mattino al rinfresco pre-cerimonia per trovare riposo in macchina, giusto il tempo di salire in chiesa, assistere al picchetto, bere un drink post scambio delle fedi al bar in piazza e raggiungere nuovamente l’auto. Che proprio mi piangeva il cuore a costringere quei dieci centimetri di meraviglia in vernice a sopportare le intemperie e le ho sostituite per un’oretta con un paio di zeppe già rodate da qualche migliaio di passi. E mia nonna che continuava a chiedermi di fare foto e video perché voleva conservare ogni singolo istante del matrimonio del nipote. Nonostante ci fosse un fotografo e un cameraman a riprendere tutta la cerimonia in alta uniforme, con sciabole e piume dei cappelli ad accompagnare gli sposi all’altare, prima, e alla limousine bianca della sposa vestita di tulle ricamato con del pizzo raffinato, poi.

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Ma io credo che nulla accada per caso e la Divina Provvidenza di manzoniana memoria sia sempre pronta a dare il suo contributo. Così è accaduto che la cerimonia avesse come sottofondo il quartetto d’archi a suonare l’Ave Maria di Schubert con tuoni e lampi ad incorniciare il quadretto sinfonico; il banchetto invece è stato caratterizzato da sole e caldo che stavo meditando di abbandonare tutto e sdraiarmi su un lettino a rosolare al sole. Si, perché il banchetto era proprio in riva al mare. Non in senso geografico ma nell’autentico significato della parola: c’era il giardino e appresso una distesa di sabbia umida con le onde che si infrangevano sulla riva.

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In questi oltre venti anni di esistenza ho assistito a tanti, ma tanti, matrimoni ma credo di poter affermare che quello di ieri, ad oggi, non ha eguali. Era un continuo stupore di fronte ad ogni singolo dettaglio. A partire dalla sala riccamente addobbata di ortensie bianche e mazzi di rose con piccoli nastrini color tiffany e stelle marine applicate ovunque. E le innumerevoli portate che abbiamo iniziato dall’aperitivo all’aperto con tre tavoli carichi di ogni prelibatezza marina per continuare all’interno con dieci portate tra antipasti, primi e secondi spezzati dal classico sorbetto. Tanto che ad un certo punto temevo di rotolare al suolo per quanto ho mangiato!
Ma la cosa più affascinante sono state le coreografie dei camerieri che ad ogni nuova entrée si presentavano in sala sulle note della marcia di Radetzky a servire i piatti con le cloches che sembrava di essere ripiombati nello sfarzo settecentesco di Marie Antoinette. E poi, verso il finale di serata, un omaggio floreale per tutte le donne: proprio così, ogni donna ha ricevuto in dono una rosa rossa che ho cominciato di nuovo a credere nella galanteria maschile.

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La giornata è scivolata via in un batter d’occhio e le sei ore seduti a tavola (più quattro tra cerimonia e spostamenti vari e le altre quattro dopo il pranzo che si è trasformato in cena e post-cena) sono sembrate quasi volare tra una risata, un ballo, qualche selfie perché ormai va di moda così. Fino a notte fonda quando il cielo si è illuminato di fontane colorate che zampillavano sulle note di una musica ritmata. E tutti in spiaggia a ballare, con le Stuart rigorosamente in salvo e custodite gelosamente dalla mia nonnina.

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È stata sicuramente una delle giornate più divertenti degli ultimi mesi che quasi non rimpiango di aver dovuto depennare dall’agenda per il secondo anno consecutivo la Vogue Fashion Night Out romana di ieri. Ora però, dovrei iniziare a preoccuparmi: perché se tengo conto della scala gerarchica familiare, il prossimo matrimonio dovrebbe essere il mio! Aiuto.
Almeno non ho preso il bouquet!

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P.S. Anche se le foto potrebbero trarre in inganno, non ero assolutamente vestita di bianco: è solo un beige scuro con maxi margherite  in sfumature più vibranti. Che io non vorrei mai essere scambiata per la sposa!

P.P.S. Foto scattate da me

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